Una vocazione per la ricerca, contro il cancro al seno

Barbara Belletti, biologa del Centro di riferimento oncologico (CRO) di Aviano, si dedicherà nei prossimi anni alla ricerca di cure più efficaci e meno invasive per le donne più giovani che si ammalano di cancro al seno, con il sostegno di AIRC.

Sulla locandina dell’Azalea della Ricerca 2018 vedete Barbara Belletti, ricercatrice del Centro di riferimento oncologico (CRO) di Aviano. Il suo volto racconta una storia di grandi soddisfazioni affettive e professionali, ma anche di piccoli insuccessi da cui non si è fatta abbattere.

Barbara combatte il cancro al seno su due fronti: da un lato, con un progetto per comprendere la formazione delle recidive e individuare nuove strategie terapeutiche per prevenirle. Dall’altro, con uno studio appena iniziato che la impegnerà per cinque anni insieme al suo giovane gruppo di ricerca, per trovare cure più efficaci e meno invasive per le donne più giovani che si ammalano di cancro al seno.

"Il progetto che il mio gruppo e io abbiamo appena iniziato grazie al sostegno di AIRC di cinque anni", spiega Barbara Belletti, “riguarda il tumore della mammella nelle donne con meno di quarant'anni. Nelle giovani di solito questo tumore ha un decorso peggiore perché è più aggressivo, risponde meno alle terapie e ha una maggiore incidenza di recidive locali o metastasi a distanza. Ciò non è solo dovuto al fatto che in queste pazienti si riscontrano con maggiore frequenza i sottotipi più aggressivi, come i tumori triplici negativi, o che, già alla diagnosi, queste pazienti si presentino con tumori in stadio più avanzato. Il decorso delle pazienti giovani è comunque più aggressivo, purtroppo, soprattutto nel sottotipo luminale, a parità di stadio e grado. Finora", sottolinea Belletti, "queste pazienti non hanno terapie personalizzate a disposizione e vengono sottoposte allo stesso tipo di trattamento delle pazienti meno giovani".

Ecco allora l'idea dello studio, in stretta collaborazione con un gruppo di ricerca più clinico, costituito da patologi, chirurghi e oncologi: si tratta di eseguire l'analisi molecolare di campioni di tumori insorti nelle pazienti giovani e trovare le variabili che potrebbero permettere di predire in anticipo i tumori più aggressivi e la terapia più adatta.

"Grazie al lavoro di squadra con il gruppo di Oncologia Molecolare e con tanti colleghi clinici del CRO di Aviano ci impegneremo a individuare le alterazioni molecolari che potrebbero essere alla base della maggiore aggressività che si riscontra nel tumore al seno nella donna giovane", spiega Belletti e aggiunge: "L'obiettivo è trovare cure più personalizzate, efficaci e meno invasive per le donne più giovani che si ammalano di cancro al seno, attraverso la caratterizzazione molecolare e la generazione di modelli preclinici appropriati con cui testare e, possibilmente, validare le nostre ipotesi".

Spesso i ricercatori ricordano di aver intuito la propria strada fin da piccoli. Ma non per tutti è così. "Se guardo indietro", racconta Barbara Belletti, "vedo che le mie scelte sono state spesso frutto del caso. Non ho mai pianificato molto ma ho perseverato e mi sono impegnata al massimo su ciò in cui credevo.

Sono nata a Civitanova Marche, una cittadina sul mare dove ho frequentato il liceo scientifico. L’ho lasciata a 18 anni, quando sono andata a Bologna per iscrivermi alla facoltà di Biologia.

Il suo è stato un percorso a tappe, “a volte anche accidentato” commenta ridendo. La scelta di fare ricerca nasce durante il tirocinio a Bologna, dove consegue anche il dottorato, ma si consolida negli Stati Uniti.

Tra Bologna e gli Usa c’è Napoli, dove frequenta il laboratorio di Genetica umana dell’Istituto internazionale di genetica e biofisica (IIGB) del CNR. Doveva restarci per tre mesi, ma il destino ha fatto sì che si fermasse in quella città più a lungo. È stato in quel laboratorio che Barbara ha conosciuto il suo futuro marito, anche lui ricercatore. Era il 1994. L’anno dopo le nozze, la nascita della prima figlia e il trasferimento all’Istituto tumori di Napoli, Fondazione G. Pascale. Barbara lo ricorda come un periodo bello, ma anche faticoso, dove “conciliare le esigenze del lavoro e quelle della nuova vita è stato complicato”.

Qualche anno dopo il lavoro la porta all’estero, negli Stati Uniti, dove nasce la seconda figlia e dove Barbara si lascia alle spalle i dubbi: la ricerca è la sua vocazione.

Dell’Associazione dice: “AIRC mi ha aiutato nei momenti critici della mia carriera, rafforzando la mia motivazione e la mia autostima, per esempio nel 2010 quando, dopo parecchi tentativi, ho finalmente ottenuto il mio primo finanziamento da ricercatrice indipendente. Ho capito che dovevo e potevo perseverare”.